CON FREESTER PULISCI CASA (E SALVI GLI OCEANI)

Torno per un attimo nella mia vita precedente, per raccontare un caso a mio avviso di successo: quello di Freester, il detergente plastic free.
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Ci sono stati molti lavori che mi hanno reso orgoglioso, durante il mio periodo professionale trascorso in agenzia.
Amo ad esempio citare il rifacimento del sito di IED, o lo spot per la stagione invernale di Cervinia 2018/2019, che sono casi gestiti in periodi diversi, per strutture diverse e con interlocutori diversi.

D’altronde, diceva Valentina Maran in Premiata Macelleria Creativa, il lavoro in agenzia ti fa provare l’ebbrezza di dire che certi lavori sono anche un po’ tuoi, che quando li vedi passare da qualche parte c’è una parte di te che dice “Ecco, quello l’ho fatto io“.

Non ho potuto esser che felice di sapere che è finalmente arrivato in commercio un prodotto di cui ho seguito la fase progettuale di branding, su cui la mia vecchia agenzia ha continuato a lavorare in questi mesi (e continua egregiamente a fare) anche dopo la nostra separazione.

Il prodotto in questione è un detersivo, e nasce dall’idea di una piccola struttura B2B torinese che si chiama Alca.

Un’azienda a conduzione famigliare, i cui dirigenti principali, nel 2018, hanno avuto l’intuizione di riprendere un vecchio principio che avevano già studiato nel 2009, quello dei detersivi super-concentrati in capsule, e riproporlo sul mercato.

La motivazione? Erano spaventati dal problema della plastica.

Quando ce l’avevano raccontato, in una delle tante riunioni che abbiamo fatto, mi aveva colpito particolarmente come concetto.

In quell’occasione, AD e direttore generale (una coppia non solo professionalmente, già nonni da qualche anno) si soffermarono molto sulla paura di lasciare un futuro segnato dall’inquinamento ai propri nipoti, fra Riscaldamento Globale e mari super inquinati.

Sentivano di dover fare qualcosa, riuscendo a convertire parte del loro business in un’operazione che sapesse anche essere sostenibile.

Sapesse insomma offrire una sponda a chi, nel segmento che presidiavano, non si ritrovasse più nel consumare indirettamente quintali di plastica.

Così, anche in maniera un po’ avventata (dato che il loro mondo era il B2B), hanno deciso di puntare sul format delle capsule, aprendosi al B2C con un piccolo kit per la pulizia della casa che potesse essere gestito interamente senza consumo di (nuova) plastica.

È nato così Freester, e dato che anche questo progetto lo sento un pochetto anche mio, ho pensato di parlarne sul mio blog.

Pulire casa, riutilizzando la plastica

Il principio è molto semplice.

Prendi la capsula, la metti in una bottiglia da 750 ml o da litro piena d’acqua, e le si scioglie dentro, producendo così il detergente.

La cosa che però ritengo importante è la riproposizione di un modello vecchio eppure attualissimo, quello del riutilizzo.

È stato infatti dimostrato che anche l’idea di riciclare continuamente sia sbagliata, perché fondata su un continuo produrre di fondo: in un articolo interessante che ho trovato online, si scrive ad esempio che “La plastica – a differenza del vetro o del metallo – non può essere riciclata all’infinito, e dopo una manciata di volte verrà buttata e ci vorranno secoli perché si degradi“.

Dobbiamo quindi certamente riciclare, ma prevedere intanto un nuovo modo di impattare sul pianeta nella produzione di materiale vergine.

Freester è uno di quei prodotti che si pone sul mercato così, cercando di dare un’idea diversa non solo del consumo, ma anche dell’impatto che questi ha.


Anche Freester è narrazione di marca

Se poi vogliamo allargare il discorso, tali operazioni sono sicuramente utili al di là del semplice ricavo diretto dalla vendita.

Pur rimanendo ovviamente operazioni che puntano a sviluppare il business, scelte così di rottura possono corroborare l’impianto valoriale che la marca ha in sé, dimostrando concretamente che il profitto non è l’unica leva a muovere un’azienda e le persone che concretamente la gestiscono e la fanno crescere ogni giorno.

Un prodotto quindi può diventare un modo per raccontarsi e raccontare la propria visione e il proprio purpose, molto più efficace a volte di contenuti diffusi con costi altissimi.

Per questo credo che Freester sia una bellissima case, al di là dei già ottimi spunti “ambientali”.

PS: se volete acquistarlo, ovviamente potete farlo. Su Amazon.