IL (BEL) CASO DE ILPOST.IT

In un periodo difficile per il giornalismo, c'è una testata che va controcorrente e vince la sfida del pubblico: è IlPost.it di Luca Sofri.
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Ho conosciuto Luca Sofri nel 2011 quando lavoravo alla Scuola Holden.

Per un certo periodo siamo stati abituali nella corrispondenza, avendo lavorato a un progetto che ebbe, per qualche tempo, anche un discreto successo: Host: quando sento la parola cultura.

Un blog di cultura partecipata, dove gli utenti delle community che ruotavano attorno ai nostri due mondi (la Holden e IlPost.it, appunto), potevano commentare i fatti più interessanti del panorama culturale, per costruire -attraverso quei commenti- un articolo sostanzialmente scritto da più mani.

Niente di eccezionale, ma ai tempi (ormai 8 anni fa), una finestra di aria fresca nel web 2.0 non ancora assuefatto da User Generated Content esocial molto invasivi generatori di aggressività.

Di quel periodo, fra le altre cose, serbo molto alcune lezioni che -durante il progetto- il direttore de IlPost.it, blogger su Wittgenstein e conduttore radiofonico (memorabili le puntate di Condor su Radio2) mi impartì, senza per questo rendersi conto di lasciarmi preziosi insegnamenti.

Uno di quelli più precisi, che ancor oggi ricordo come una piccola lezione di come concepire il web e pensare alla qualità del contenuto, fu quando mi raccontò le idee che aveva per la testata che lentamente ingranava in quel periodo, essendo molto nota fra gli assidui di Twitter e fra chi ricercava informazioni più accurate rispetto a quella della stampa più mainstream.

Commentando il modello di business, mi disse (sono passati tanti gli anni, le parole potrebbero variare in qualche particolare, ma il senso era questo): “Viviamo con la pubblicità, ma non voglio fare i click come gli altri. Noi le tette in home page non vogliamo metterle. Vogliamo fare una buona informazione.”.

Era fine 2011. Il 13 gennaio del 2012, qualche settimana dopo, ebbi una dimostrazione abbastanza chiara di quell’idea, quando quella stessa redazione raccontò come probabilmente nessuno seppe fare il naufragio della Costa Concordia.

Era un modo di intendere l’informazione, il web, e anche forse il business che grazie all’utilizzo di questo mezzo meraviglioso si può generare. Rinunciare a qualche euro in più, per offrire un prodotto che sapesse pian piano costruirsi un’identità tutta sua.

Fino ad oggi, il modello ha retto, e non ho dubbi che avrebbe potuto continuare a reggere ancora.

Il punto è che quelli bravi sul serio cominciano a preparare il futuro mentre gli altri si crogiolano nei problemi del presente, magari vivacchiando in rendite di posizione.

E IlPost.it, con quella faccia un po’ così, quei titoli un po’ così, quel modo di guardare tutto suo che gli permetteva anche di prendere posizioni molto chiare, lo ha sempre saputo fare molto bene.

Per questo la scelta di rispondere addirittura a una richiesta esplicita dei propri lettori, offrendo un modello freemium assolutamente inedito nel panorama editoriale italiano, mi sembra un tentativo coerente e bellissimo di quanto fatto fino adesso.

Il principio è molto semplice: puoi continuare a leggere tutto gratis come è sempre stato, oppure togliere le pubblicità con un abbonamento minimo e avere qualcosa in più.

Ne La Stampa, ne Il Corriere della Sera, ne La Repubblica o gli altri grandi quotidiani hanno scelto qualcosa di simile: ognuno con i propri modelli sta andando avanti un po’ a vista, cercando disperatamente di resistere alle difficoltà del mercato con proposte commerciali che, da qualunque parte le si osservi, lasciano più domande che certezze.

Certo, c’è qualcuno che ancora si regge solo grazie ai propri lettori: Valigia Blu, che ogni anno organizza una campagna di crowdfunding allo scopo di approvvigionare risorse per riuscire a svolgere il proprio lavoro (e a cui orgogliosamente partecipo anche io).

Parliamo però di un modello alquanto diverso in termini di flusso informativo, concentrando sul fact checking e nell’approfondimento il proprio quid. Un ruolo preziosissimo e insostituibile, ma distante da quello di una testata che invece fornisce ogni giorno contenuti d’aggiornamento anche minuto per minuto.

Partecipando al crowdfunding di Valigia Blu 2018/2019, ho ricevuto anche un gradito dono.

IlPost.it fa qualcosa che solo i grandi fanno, con in più una variabile non di poco conto: sono i lettori che chiedono di poter riconoscere un contributo per supportare il proprio prodotto editoriale preferito.

Ora, io non so se sia una roba comune che le persone comincino a chiedere di pagare per qualcosa di etereo come l’informazione: d’altronde, viviamo in un’epoca dove i giornalisti sono percepiti come ingranaggi di una macchina più ampia, dove ciò che dicono dev’essere considerata a favore o contro qualcuno, e non per tutti. Probabilmente, per alcuni è anche così: certamente, non è così per tutti.

Ecco, in tutta questa vicenda la cosa che mi ha colpito è che la richiesta è partita dal basso, e che la risposta che è arrivata è arrivata nel tipico modo de IlPost.it: garbata, senza forzare la mano, rimanendo fedele a se stesso e nel rispetto di tutti.

Ok, ce lo avete chiesto: ora potete pagare, e noi faremo qualcosa di più strutturato. Sennò continuate a fare come avete sempre fatto (leggendoci, oppure no), e amici come prima.

Non è una roba qualsiasi, soprattutto considerando quanto dicevo su: nel nostro Paese, il periodo è quello che è per i giornali. Quella de IlPost.it la trovo una scelta innovativa e per certi versi che traccia una linea di demarcazione fra il prima e dopo: prima, andavano bene anche “le tette in home page” (cit.) per fare click. Ora, non bastano più, e anzi i click qualificati, quelli per intenderci di chi è pronto a spendere per un’informazione di buon livello, li allontanano.

Probabilmente, stiamo crescendo come pubblico. Ci sarà ancora tanta strada da fare.

In ogni caso, penso che questa sia un’altra bella lezione sul come realizzare un buon prodotto editoriale, oltre che un piccolo caso da tener da conto per comprendere dove stia andando il web.

Da quel 2011 è passato un po’ di tempo, e oltre a non lavorare più alla Scuola Holden (ma ancora “con”), non ho avuto più modo di lavorare con Luca Sofri. Capitasse di rincontrarsi, glielo direi di persona, ma dato che non so quando potrà ricapitare (d’altronde l mondo è piccolo), lo ringrazio qui per questa piccola, grande lezione, così come ringrazio IlPost.it per il servizio che ogni giorno fa.

Ah, se volete abbonarvi anche voi potete seguire le istruzioni che sono riportate qui (insieme alle ragioni della scelta).