UNA CERTA IDEA DI TORINO

Dove sta andando la mia città? Una riflessione sul futuro di un posto che amo, e che in questi mesi in tanti hanno indicato in costante declino.
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E così, anche il Salone dell’Auto se ne è andato a Milano. I numeri sviluppati e la volontà della Giunta -o almeno, della sua prima cittadina- non hanno influito molto sulla volontà degli organizzatori, che sono ormai convinti a spostarsi nel capoluogo lombardo la kermesse.

Pazienza se gli ottimi numeri sviluppati siano da interpretare: per l’opinione pubblica Torino, in questo luglio torrido, ne esce nuovamente con le ossa rotte.

A nulla vale il reiterato successo del Kappa Future Festival, la primavera che si chiude con un’ennesima edizione del Salone del Libro da record, un ToDays che fa capolino in autunno sempre più ricco.

Torino rimane una città dove l’ironia feroce fra fazioni e la desertificazione rimangono le uniche cose da ricordare di questa amministrazione, mentre sullo sfondo rimane un giudizio generale della faccenda in linea con il trend degli ultimi anni: la città precipita nel vuoto, e non si vede (ancora) la fine del baratro.

Questo nonostante, come in tutte le cose, ci siano anche innegabili aspetti positivi.

L’immaginazione però dell’elettore si associa, come quelle del consumatore, a parole chiave.

D’altronde, questo non è che l’ultimo di una lunga serie di eventi che dal 2016, l’anno in cui l’attuale Giunta si è insediata a Palazzo Civico, sono spariti, cambiati, migrati, in barba al lavoro certosino portato avanti dall’amministrazione precedente.

A prima vista, uno sfacelo. Ad un analisi più approfondita (e al proposito, consiglio vivamente un articolo molto interessante scritta da Hamilton Santià su Linkiesta dal titolo “Torino, declino senza fine. Serve un piano per il futuro (e serve adesso)“), forse la coerente prosecuzione del cammino di una città che ha vissuto per troppo tempo sugli allori.

Un po’ come la ricca erediteria belloccia che a 60 anni comincia a notare le prime, inevitabili rughe sulla fronte mentre fa i conti con il commercialista e capisce che quel bellissimo residence a Pantelleria dove ha fatto le sue lunghe vacanze negli ultimi 25 anni non se lo può più permettere.

Non è un problema di narrazione: allora è proprio Torino?

Alcuni imputano la trasformazione del percepito al cambio di amministrazione. Altri, a una narrazione parziale e militante della stampa, a partire dal locale quotidiano sempre molto severo con l’attuale gruppo dirigente.

Altri ancora all’immancabile complotto dei poteri forti.

C’è chi invece vede una città che sa ancora essere dinamica, mentre stancamente vanno avanti i lavori di ampliamento dell’unica linea di metropolitana presente (a Milano intanto se ne edificano due insieme), e si restaura via Nizza con una nuova, frizzante pista ciclabile, per la gioia di alcuni pasdaran delle due ruote che presidiano spazi come il gruppo di Facebook Torino Sostenibile.

L’idea che mi sono fatto io è che tutto sia vero e tutto sia parziale. Non è un problema di notizie date o non date, o di scelte giuste o sbagliate che siano. Chi sceglie, può sbagliare: ma sicuramente porta a un nuovo equilibrio.

Io sono convinto che, forse complice la continua ricerca di una posizione, si sia smarrita l’Idea, intesa come principio che muove ogni nostra azione. Il Purpose, si direbbe in un manuale di marketing. Una certa idea di mondo, come la direbbe Baricco.

Il problema è che manca l’orizzonte verso cui guardare, per capire quale sia il futuro e che ruolo reciterà la città come aggregato sociale nella vita delle persone. E, la cosa più drammatica, ho la sensazione che nessuno se lo stia chiedendo.

Allargando il campo il problema è rintracciabile anche altrove e a livelli più alti, però a Torino… Beh, a Torino questa sensazione si respira eccome.

L’Idea del Futuro è un sogno che può avverarsi

Quindi, rimane la domanda: che cosa fare di Torino? Qual è il destino di questo posto così meraviglioso, questa città che è un po’ Parigi un po’ Detroit, un po’ paese un po’ megalopoli, un po’ piuma un po’ fero per dirla secondo un certo modo di fare cinema.

Io un’idea ce l’ho, e dato che non ho altro posto dove esprimerla la scrivo qui, sul mio blog.

Parto da una parola che mi è molto cara, e che siete già passati da queste parti avete avuto modo di trovare: Rigenerazione.

Io credo che la mia città dovrebbe diventare un laboratorio dove testare questo modo di pensare, costruendo un percorso virtuoso che esca dalle logiche fin qui impiegate.

Concettualmente, come keyword attiva tanti link, non sempre ben concepiti: ad esempio, in molti hanno criticato l’attuale Giunta, spesso sfottendo il concetto di Decrescita Felice (mutandolo in “Infelice”). Personalmente ritengo che chi usa quel termine senza contestualizzarlo, o peggio usandolo come insulto, non abbia ben chiaro cosa si stia profilando all’orizzonte.

Allo stesso tempo, la Decrescita Felice prima di essere un approccio è un modo di pensare, e fino ad oggi, a parte Maurizio Pallante che l’ha elaborato, io persone che quel metodo l’abbiano capito fino in fondo non ne ho trovate tantissime.

La Rigenerazione, però, è un’altra cosa.

Rigenerare significa dare nuova linfa, non necessariamente a qualcosa che sta morendo, ma anche rivitalizzando un organismo che si è abituato a una situazione.

Roma ad esempio si è ripiegata sui suoi problemi: lì probabilmente rigenerare non basterebbe. Milano invece è in continua mutazione, non punta a rigenerarsi perché, semplicemente, la sua è una struttura liquida, che si adatta ai tempi che si vivono.

Per me però Torino è un’altra cosa. Torino non può essere focalizzata come Milano sui trend. Qui non si possono costruire mondi nuovi nel giro di pochi anni, perché troppo forte è il legame con una serie di radici per certi versi indistruttibili.

Quelle radici devono essere contemporaneamente base da cui ripartire e ragione per evolvere.

E allora: come si può “Rigenerare Torino”? E a cosa dovrebbe condurre questa spinta?

Credo in un modello che concepisce la città intesa come piattaforma sociale, pensata cioè per favorire la cooperazione fra persone e la crescita di ogni individuo in linea con le grandi trasformazioni che il pianeta sta presentando.

Provo a isolarne alcuni asset fondamentali, in maniera magari confusa ma totalmente libera.

1. Persone

Il primo sono le Persone: a Torino, per estensione, dimensioni e anche come profilo, si può ancora lavorare sull’Uomo più che in altri luoghi d’Italia.
La città dovrebbe costituirsi come modello per agevolare la realizzazione della persona.

Per far questo è obbligatorio considerare che ogni uomo e ogni donna raggiungono la felicità, rimuovendo secondo i Principi Fondamentali della nostra Costituzione “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” e permettendo di raggiungere “un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.“.

Questo non è possibile in tutte le città, è evidente.

Secondo la logica della Rigenerazione, questo potrebbe essere possibile mutuando uno dei principi fondativi della dottrina dell’Industry 4.0: la modularità.

Un principio che è già stato segmentato ad esempio con le teorie di Google legate ai MicroMoments: la nostra vita è già suddivisa in piccoli moduli di senso, che grazie all’Internet of Me -cioè la nostra propensione attraverso lo smartphone a interagire con il mondo- impariamo a gestire grazie al web.

Così come il nostro tempo è più facile da suddividere secondo minimi moduli di senso, così la città dovrebbe essere pensata per esser vissuta su unità minime di spazio e socialità, interconnesse fra loro.

Includere le persone è più semplice se le si conosce, ad esempio. O anche organizzare i servizi essenziali, come salute o istruzione, è più semplice se non si aggregano grosse strutture.

Il macro obiettivo sarebbe costituire una città dove le persone possano sentirsi in un paese, che a mio modesto avviso è l’unica soluzione urbana oggi in grado di non spersonalizzare l’individuo: non quindi un’unica entità, ma la federazione di tante piccole realtà.

Alcune idee molto tattiche: sviluppo di una seria filiera di orti urbani (e c’è anche l’esperienza cittadina, già viva e attiva). Rilancio dell’economia di prossimità, con un piano di progressivo disincentivo del consumo focalizzato al centro commerciale, per una rivalutazione dell’artigianato e delle piccole imprese, spazio non solo economico ma anche di forte connotazione sociale.

Partnership strategiche con alcuni player della mobilità sostenibile (e in città alcuni player forti come Mobike, Car2GoMiMoto possono aiutare) allo scopo di incentivare mezzi di trasporto in condivisione e incentivo alle aziende che puntano sulle formule innovative di lavoro: smart working in primis.

Incentivi per le attività di inclusione allo scopo di annullare le distanze sociali, favorendo modelli come SocialStreet e supportando realtà come oratori o ONG, senza discriminazione su base religiosa o ideologica.
Bisogna tornare a lasciar lavorare, e a supportare, le persone che lavorano per le persone.
L’obiettivo: che ogni torinese possa sentirsi a casa, anche se non è di Torino.

Cosa che ad esempio è a mio modesto avviso molto difficile a Milano, a meno che non si disponga di un buon lavoro e si sia abbastanza preparati per reggere l’onda d’energia che la città è pronta a sbatterti in faccia.

2. Formazione

Il secondo principio che farei valere è quello della Formazione.
Ricordate i Vip di Torino? Forse no. Era una pagina Facebook nata nel 2014 dove alcuni 15enni mettevano le loro schede di presentazione, ergendosi a Very Important Person.

Fu socialmente riconosciuta come una delle espressioni più chiare di quanto gli adolescenti stessero derogando modelli positivi di crescita in favore di non meglio identificate modellizzazioni da finti gangster.

Ecco: i Vip di Torino altro non erano che ragazzi senza formazione. Magari andavano a scuola, ma non capivano ciò che imparavano. Non erano incuriositi dalla vita, non erano interessati alla complessità delle cose.

Il concetto di Formazione può sviluppare fenomeni che diventano sociali, e Torino dovrebbe tornare a puntare su questi.

Esperienze come la Scuola Holden, la Flic – Scuola di Circo, alla Jazz School fino ad arrivare indietro negli anni alla Reale Società di Ginnastica possono essere lo spunto ad esempio per lavorare sulla verticalità delle passioni permettendo alle eccellenze di crescere, rimanendo in città.

Questo può farsi avviano un piano di sviluppo che porti anche certi luoghi della città a rinnovarsi: penso ai Murazzi. Ieri tempio della movida, domani spazio culturale, ripartendo da quell’aula studio che è già attiva e funzionante.

Non mi capacito ad esempio di come il Comune non sia stato in grado di governare uno spazio come la Cavallerizza Reale, che oggi rimane in piedi grazie all’azione tenace di alcuni cittadini attivi.

E dire che si vociferava che proprio il Comune -la precedente amministrazione- volesse trasformare quello spazio in un hotel, o peggio, in appartamenti di lusso… Perché non restituire alla cittadinanza quello spazio sotto forma di nucleo formativo per tutte le età?

La cosa si era prospettata già nel 2018: perché non farla diventare motore centrale dell’azione di governo cittadino?

Stesso discorso sul tema eventi. Il Salone dell’Auto è bello, per carità, ma è il Salone del Libro il vero benchmark interno cui guardare.

Un appuntamento che i torinesi sentono loro, e che muove tutta la città. Ecco allora la domanda: quali sono gli eventi che sul serio possono supportare questa crescita?

L’idea sarebbe creare un Assessorato per la Cultura e la Formazione diffuso, costituito cioè da tutte le realtà che -attraverso il loro lavoro- possano favorire lo sviluppo di quelle verticalità e aumentare l’identificazione della popolazione in quegli eventi.

Un’assemblea nell’assemblea, per guidare un asset strategico come quello dei grandi eventi.
In questi giorni ad esempio ci sarà la Drone Champions League: bello e internazionale, ma quanti torinesi sentono quest’evento come proprio? E quanto quest’evento lascia in termini di eredità, di nozioni, di aspirazione?

Forse la chiave è trovare occasioni in cui rivedersi, solo così si ricostruisce il legame con il territorio.

Torino deve ricominciare a dare occasioni di visibilità a SubSonica e Linea77 più che appuntamenti in serie, perché sono quelle le immagini di una città viva e riconoscibile.

Esempio molto personale: io da ragazzo sognavo di partecipare al Pagella Rock. Ho amato la musica guardando mio cugino che vinceva l’edizione del 2000. Passai metà di quell’estate a imparare a suonare la chitarra… E non sognai di diventare un Vip di Torino. Rilanciare quelle formule (il concorso esiste ancora, ma guardare il sito fa capire quanto ci si punta…) può essere un’idea?

Formazione significa anche crescita: ad esempio ho apprezzato molto il lavoro della scuola materna dove mia figlia sta cominciando il suo percorso scolastico.

Una scuola dove ci sono bimbi di tutte le etnie, dove si impara il rispetto della città e dei ruoli, e dove lo scambio e la sinergia fra genitori mi ha portato a incontrare molte persone diverse da me, e molto interessanti.

La Città dovrebbe attivare questi nuclei, provando a mettere in campo iniziative per coinvolgere tutte le famiglie nel percorso scolastico dei bimbi: la Scuola sa polarizzare non solo le attenzioni dei piccoli, ma anche dei grandi, perché è uno spazio sano di crescita continua.

Mettere in condizione di sviluppare momenti d’aggregazione pensati per le famiglie al di fuori dell’orario scolastico, in cui vivere momenti di socialità attorno all’attività dei più piccoli, può essere la chiave per trasformare il percepito dei bimbi verso l’istituzione e, in futuro, verso le regole, incentivando l’inclusione e l’abbattimento delle barriere sociali come reddito o etnia.

Infine, la collaborazione con due eccellenze torinesi del panorama sportivo nazionale: Juventus e Torino FC.

A maggior ragione con l’emergere del calcio femminile, questi due poli devono trovare nel Comune una sponda per lavorare non solo allo sviluppo strutturale delle due società (Allianz Stadium e Filadelfia sono lì a dimostrare che qualcosa si è fatto), ma per agire attivamente sul tessuto sociale.

Quanto Torino in quanto città ha puntato a collaborare con queste due realtà allo scopo di creare polisportive, ad esempio? Siamo nel campo dei sogni, lo so: ma in fondo per fare le cose, bisogna immaginarle, no? 😉

3. Sviluppo

Infine, per far diventare Torino una vera piattaforma sociale, bisogna guardare allo Sviluppo economico come un’opportunità futuribile.

Si fa un gran parlare ad esempio di Sostenibilità e di infrastrutture, ma quanto la città si è messa in gioco per dare l’opportunità di guardare ai nuovi modelli in maniera propositiva?

Vorrei che Torino collaborasse in prima linea con Politecnico e Università degli Studi di Torino, allo scopo di trovare nuove modalità di costruire un futuro sostenibile, incentivando dove possibile l’imprenditoria che punti al domani.

Quel ruolo oggi lo recita Intesa San Paolo con la sua Fondazione e gli investimenti mirati su ciò che è innovativo: il Comune dovrebbe essere protagonista insieme a quest’ente, e a tutti gli altri che già sono attivi sul territorio, allo scopo di individuare le strade per costruire un domani sostenibile. È inutile dichiarare lo stato di emergenza climatica, se sei la città più inquinata d’Europa.

Il Global Warming e la prossima crisi energetica obbligheranno la società a rivedere le proprie abitudini: Torino, e la sua amministrazione, dovrebbe prepararsi a queste sfide con un piano di Sviluppo che mettendo al centro l’individuo mirino ad assicurare alla città una completa autosufficienza in ambito energetico, nutrizionale e idrico, perché potenzialmente fra sessant’anni saranno quelle le priorità.

Troppo ambizioso? Forse.

Però ecco, quando penso a un’idea strategica, penso a un disegno complessivo che sia fondato su una visione.

Io non sono un urbanista, uno scienziato, un professore del Poli.

Mi occupo di narrazione e di marketing, scrivo ogni tanto, immagino molto.

Mi sono lasciato prendere la mano in questo post, probabilmente: però ho come l’impressione che oggi ci sia un deficit di immaginazione, una sorta di limite diffuso nel pensare al Futuro provando a tracciarne un ritratto anche abbozzato, ma riconoscibile.

Ecco, io per Torino vorrei un futuro così, dove al centro ci sia la Persona. Una roba che in un qualsiasi Test dell’ascensore lasci per lo meno la voglia di capire se sia fattibile, e come. Dite pure la vostra, ma ditelo.

Perché per il Futuro non può essere solo a TAV, o un nuovo tratto autostradale, o un inceneritore, o un centro commerciale o una fabbrica.

Il Futuro è un mondo, l’unico che si può esplorare e scoprire esattamente come ce lo siamo immaginati.

E se non ci riusciamo, si rivelerà solo un aggregato di cose difficilmente armoniose fra loro, in cui staremo proprio male.

Torino non lo merita, e se vogliamo dirla tutta, non lo meritiamo neanche noi.