LABADESSA, FUMETTIBRUTTI E I L’IMPORTANZA DEL FUMETTO

Due fumetti, editi da Feltrinelli, che val la pena avere in libreria: "P. La mia adoscelenza trans" di FumettiBrutti e "Bernardo Cavallino" di LaBadessa.
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Sono state settimane complicate e ricche di cose interessanti: sono stato a SMAU e alla Social Media Week di Roma (dove ho tenuto uno speech dal titolo “Frammenti di narrazione“), ho cominciato la stagione di Keywords (che torna on air martedì 29), e ho finito le revisioni di un progetto che a gennaio arriverà in libreria (SPOILER!).

Ciò per giustificarmi con chi è passato da queste parti e non ha trovato notizie ne aggiornamenti.

Ho pensato di riprendere parola per parlare di qualcosa che mi ha colpito molto, e che mi è capitata fra i tanti spostamenti che ho fatto.

Mi capita sovente, quando sono in viaggio, di cedere alla tentazione di fermarmi in libreria (fortunatamente in tante stazioni in cui mi capita di transitare ce n’è una), e acquistare qualche libro.

Non sono necessariamente libri che voglio leggere: a volte scelgo per il gusto di esplorare, li acquisto e li tengo lì in libreria in attesa dell’ispirazione al cominciarli. Altre volte, vado a colpo sicuro e compro la novità che mi incuriosisce e che so potrà darmi un valore aggiunto.

Una sera che attendevo il mio FrecciaRossa per tornare a casa, alla Feltrinelli Garibaldi, mi è capitato di vivere questo secondo caso: ero infatti ansioso di leggere due nuove pubblicazioni un po’ particolari, distanti per alcuni per tipo e formato. Due fumetti.

Graphic novel, per la precisione, come si usa dire negli ambienti più “alti” della cultura. Mi piace pensare però che al di là delle definizioni fighe che ci piace dare alle cose, quelli siano solo ed esclusivamente fumetti, c’è un qualcosa che li lega all’infanzia e li riporta a un ancestrale legame con il tipo di storie che leggevo da ragazzo. Non divaghiamo sulle parole.

I due libri in questione sono “P. La mia adoscelenza trans” di Yole Signorelli, in arte Fumettibrutti, e “Bernardo Cavallino” di Mattia Labadessa.

Due libri forti, crudi, veri, ovviamente per lettori non troppo giovani, e che hanno un valore letterario e narrativo sicuramente molto alto.

Lo sguardo dei “deboli”, raccontato in fumetto

Parto da “P. La mia adoscelenza trans”, opera seconda dell’autrice catanese classe ’91 ospitata nella collana curata da Tito Faraci (che posso vantarmi aver avuto come insegnante alla Holden), in cui si affronta senza fronzoli e anzi con molta intensità il difficile percorso di accettazione di sé e del proprio genere sessuale.

Una storia che Fumettibrutti dirige abilmente grazie a disegni, parole e conflitti che non lasciano spazio a dubbi: questa storia nasce da un’esperienza forte, da sensazioni autentiche, da un reale coinvolgimento emotivo che avvolge il lettore e lo lascia a tratti senza parole.

“Bernardo Cavallini” è invece un libro che mi ha veramente colpito: seguivo assiduamente Labadessa su Facebook, e sapevo che le sue parole, i suoi disegni, il suo sguardo erano raffinati. Ecco, non pensavo riuscissero a lasciarmi così tanto, a colpirmi come hanno saputo fare solo gli autori che più ho amato e che amo. La storia di Bernardo, che ha paura della morte e che si interroga sul senso del tempo, pagina dopo pagina, vignetta dopo vignetta, assume i contorni di quella di un archetipo in cui rivedersi, che descrive perfettamente quel timore latente che ognuno di noi -chi più chi meno- percepisce nei giorni che passano e da cui non c’è scampo. Il finale poi, l’ho amato almeno quanto il finale di Funny Games di Haneke.

Una cosa accomuna questi due testi: entrambi raccolgono le esperienze di due mondi distanti ma simili, quelli degli ultimi. I reietti, i particolari, i “diversi” che la maggioranza delle persone non riesce a comprendere e che sanno evidenziare quanto l’individualità, l’esser se stessi, con le proprie pulsioni e le proprie insicurezze, possa diventare una condanna.

Due testi coerenti con il momento storico che stiamo vivendo, un periodo in cui furoreggia una pellicola come Joker, dove la figura dell’emarginato ribelle e distaccato colpisce l’immaginario del pubblico e lo sconvolge.

Due libri che non possono mancare nella vostra libreria.

Raccontare, vignetta dopo vignetta

Ho pensato di parlare di due libri a fumetti (o, come dicevo prima, graphic novel) anche per una ragione più profonda, forse staccata dal semplice piacere di aver letto due libri come quelli sopra citati.

Al di là di un fenomeno sempre più di massa (grazie al sapiente lavoro di case editrici come Bao Publishing o IlPost, di cui ho già parlato qui, nomi come Gipi, Leo Ortolani, Makkox o ZeroCalcare ormai noti al grande pubblico), l’idea di raccontare storie così profonde e ricche di sensazioni attraverso l’immagine realizzata a mano mi affascina, perché sembra dotare l’uomo di nuove risorse per interpretare l’esistente.

Il disegno, con la sua forza e il suo impatto visivo, è uno strumento assolutamente in linea con l’attuale modo di esprimerci: è il veicolo ideale per fare vigore a messaggi altrimenti difficili da cogliere, a maggior ragione se il pubblico ragiona ormai solo più per immagini.

Se c’è un effetto concreto nella narrazione che ha portato la società digitale, è l’aver sdoganato il bisogno di sentirsi raccontare storie che vivano grazie alla propria forza visiva. Oggi più che mai quel bisogno è concreto e ricerca nelle voci che sanno anche mostrarsi un nutrimento: di storie, di significati, di esperienze.

Se la creatività “automatizzata” di cui tanto si discute è un fenomeno di cui dovremo tener conto -sempre alla Holden, che sono avanti su questo, hanno messo una macchina a imparare narrazione– allora il fumetto è la più umana delle risposte che possiamo trovare nella necessità di raccontare e di condividere il proprio sguardo.

Ed è molto consolante, questo.