PAROLE, PAROLE, PAROLE

La crisi che ha aperto il COVID-19 viene raccontata in tanti modi, con tante iniziative diverse: ma lo stiamo facendo usando le parole giuste?
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Lockdown e quarantena. Casa. Futuro. Passato. Guerra. Diritti. Minacce. Distanziamento. Picco. Delazione. Privacy. Terapia. Ospedali. Eroi. FlashMob. Opposizione. Coraggio. Ansia. Diretta. Nemico. Tragedia. Responsabilità. Anziani. Morte. Malattia. Solidarietà. Tensione. Guariti. Prima e dopo. Smart working. Farmaci. Mascherine. Polemiche.  E poi ovviamente Virus ed Epidemia.

Quante parole servono, e serviranno, per descrivere ciò che stiamo vivendo.

Ma sono tutte giuste?

Una riflessione che sto facendo e su cui in tanti, molto più bravi di me, hanno detto la loro: da Annamaria Testa in un bellissimo pezzo su Internazionale.it a proposito del termine “guerra” a Matteo Pascoletti su Valigia Blu, solo per citare i primi che si sono soffermati a ragionare sulla correttezza di impiegare la metafora bellica per descrivere la situazione che viviamo.

La parola, come oggetto indispensabile a comprendere il senso delle cose, rimane sempre al centro di tutto: bisogna sceglierla bene, bisogna sceglierle bene, anche perché il rischio che forse non riusciamo a vedere fino in fondo è che sbagliando quella, sbagliando quelle, rischiamo di non comprendere fino in fondo che cosa stia succedendo.

Ho osservato amici cambiare nel giro di un mese radicalmente opinione: da frequentatori delle piste di sci mentre si chiudeva Codogno sono diventati attenti ascoltatori del quotidiano bollettino della Protezione Civile, con tanto di passaggio di stato dal “Non rischio nulla” al “Uscire con i bambini è una cazzata”.

Miracoli di uno scenario in cui si sono affastellate parole su parole, anche diametralmente diverse e messe in fila, avvicinate, pronunciate convintamente anche nel giro di una settimana da una stessa persona che prima assolveva la funzione di ridimensionatore e poi diventa allarmista, e attenzione: non c’è stata differenza fra politico o giornalista, medico specialista e uomo qualunque, in tantissimi sono riusciti ad assolvere entrambe le funzioni.

Come se la fluidità della situazione prevedesse che fosse lecito gestire le proprie opinioni come una voglia alimentare.

In tutto questo, la vita di sessanta milioni di persone, poi di trecento milioni, poi di un miliardo fino ad arrivare a tre miliardi cambiava radicalmente, mutava forse in maniera ancora più repentina di quanto videro i miei e vostri nonni nel 1940.

Una mutazione talmente complessa e veloce che non si è riusciti a costruire un immaginario in grado di reggersi sulle proprie gambe, tanto che è stato necessario -come giustamente sottolinea Annamaria Testa- scomodare una metafora impegnativa come la guerra, pur non essendoci le reali condizioni per trovare quelle linee guida che configurano una situazione bellica.

Altri sarcastici operatori media hanno scelto di contribuire a sviluppare questa percezione, proponendo nei propri palinsesti film catastrofici con pandemie di rabbia, pesti assortite e gli immancabili cartelli BioHazard in giallo a fare da corollario.

Il tutto è servito per innalzare lo stato di tensione, senza che però si comprendesse fino in fondo che ciò che vivevamo era un qualcosa di noto nella storia, ma epocale nello sviluppo: la prima situazione realmente allarmante dopo la Seconda Guerra Mondiale non solo proiettata sulla nostra vita, come fu ad esempio la crisi missilistica di Cuba del 1962.

Neanche l’11 Settembre fu tanto impattante sulle nostre vite: questa è la prima volta che sul serio la situazione può sfuggirci di mano nel nostro quotidiano, dalla carta igienica su cui ho scherzato qualche giorno fa al più serio problema dell’approvvigionamento alimentare.

Eppure, abbiamo reagito con una consapevolezza diversa, forse convinti che ci sono limiti (un’altra parola mai apparsa) nella situazione che non possono essere superati, o che sono talmente distanti da noi che sono intangibili, eterei: un po’ come il Global Warming, che sempre di più non considerano come problema reale perché vittima di un processo di rimozione collettivo fra i più evidenti.

Per quanto riusciremo a scherzare sulla mancanza di lievito senza renderci conto di essere in un meccanismo di causa/effetto?

Ed è un problema di parole, se ci pensate. Solo di parole.

Svuotando di significato parole come Guerra, Conflitto, Emergenza, infilandole in ogni discorso che non prefigurasse un reale cambio di paradigma nella vita quotidiana e dove ci fosse una trasformazione degli equilibri in peggio, dove ci fosse un pericolo concreto per la nostra sopravvivenza, ecco che oggi ci ritroviamo a parlare di una situazione perlomeno difficile e inedita e non riuscire a trasferire il vero significato di cosa stiamo vivendo a molti nostri concittadini, italiani, europei e del mondo.

Per molti di noi, immensi fortunati che della guerra abbiamo visto la parte più asettica, quella raccontata, non sembrava vero che tutto a un tratto dovessimo stare a casa per forza. Non riusciamo a concepire che tutto questo abbia un prima e un dopo, che i comportamenti cambieranno e che “Niente sarà come prima“, che probabilmente sarebbe l’unica frase che andrebbe detta ovunque, sempre, da tutti.

Sdoganare termini medici, facendo credere a chiunque che la Medicina sia un mondo di cui tutto possono discettare, ha banalizzato ancor di più la capacità di capire il senso della situazione.

La cosa più evidente di tutto questo è che nessuno sia ancora riuscito a dare la forma alla sostanza che ci sta sotto. E sono pessimista: non credo che ci si riuscirà facilmente.

Abbiamo perso la fiducia e forse la stima per le parole, non riusciamo più a soppesarle e a dargli il giusto valore, staccando la relazione fra significante e significato, fra realtà e racconto, fra ciò che viviamo e ciò che percepiamo.

Il risultato è che la Storia ci sta presentando il conto, e non sappiamo riuscire a trasferire il senso di cosa stia capitando, avendo difficoltà a tracciarne il perimetro.

Quali siano le conseguenze di tutto questo?

Semplice. Sarà sempre più comune vedere persone che non capiscono ciò che sta succedendo, costruendo realtà proprie. È come se non ci sia la capacità di parlare con un sistema di segni convenzionale, e questo non potrà che peggiorare.

Come tutte le crisi, quindi, sarebbe bello che si portasse almeno al livello delle altre una parola che sento dire pochissimo: opportunità.

È difficile, mi rendo conto. Ogni storia in cui un conflitto distrugge gli equilibri può portare a una situazione nuova anche a fronte di molti dolori. Quella situazione però potrebbe essere migliore: basterebbe cominciare a immaginarla così.

Perché se parlo di “guerra”, allora ciò che vedo sono macerie. Se parlo di “futuro”, ciò che vedo è quello che riuscirò a costruire, dopo che tutto sarà finito.