E LA SCUOLA?

La totale assenza della Scuola nel percorso di restart post lockdown è un'evidente mancanza di pensiero strategico
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Ho mia figlia grande a casa da febbraio. L’altra dalla prima settimana di marzo.
Sono in età pre-scolare, quindi a parte il fatto che soffrano nel non poter vedere i propri amici la tangibilità del loro disagio è limitata (per quanto sia traumatica) a noi genitori che ormai da tre mesi lavoriamo stabilmente da casa (questa sì, una cosa positiva!).

Chi ha figli in età scolare, invece, che sta facendo? Ma soprattutto, cosa stanno facendo questi ragazzi?

Non ho dati certi. Anche cercando non si sta dando molta visibilità agli studi che cercano di capire che scorie lascerà questo periodo di inattività.

In generale, si sta dando più spazio alle scelte fatte dagli enti formativi, che si stanno sostanzialmente focalizzando sulla linea guida del Miur per un rientro programmato a settembre.

Intendiamoci: possiamo anche essere d’accordo con tale tesi, se però attorno vedessimo una generale coerenza con detto principio.

Il problema è che attorno alla Scuola, tutto ha riaperto praticamente come prima del lockdown.

E allora, perché non le scuole, sempre seguendo i criteri di distanziamento suggeriti dal buon senso?

Detto peraltro che buon senso ce n’è poco.

Leggo su La Stampa ad esempio che qui a Torino sabato sera è trascorso come un normale sabato pre-COVID19.

Giusto? Sbagliato? Non lo so. Certo è che mi sarei aspettato di garantire alla cittadinanza per primo un piano per una riattivazione completa del sistema scolastico, non solo per il libero consumo di uno spritz (sacrosanto, ma parliamo pur sempre di uno spritz).

Probabilmente, era centrale riaprire le scuole tanto quanto le fabbriche, perché attorno ad esse gira un valore essenzialmente identico a quelle delle realtà produttive: solo, meno tangibile.

Il problema però, ed è sempre più macroscopico, è che la Scuola non viene considerata strategica per il Sistema Paese.

Diciamolo pure, perché è così: non è considerata, al di là delle diatribe sui processi di assunzione degli insegnanti che popolano i titoli dei tg di questi giorni.

Dei bambini, dei ragazzi, di cosa sta lasciando questo periodo, non si parla.

Non importa che arrivino segnali dalla presa di coscienza dei docenti che hanno -per quanto potuto- attivato la cosiddetta didattica a distanza (DAD): un aspetto importante, che ha permesso di accelerare su un processo che era pending da troppo tempo. Il ritardo accumulato però era forse troppo per riuscire a reagire, come hanno saputo fare in molti, con profitto.

Il Paese ha assistito in questi ultimi mesi a uno dei più chiari fenomeni di distaccamento scolastico sul breve periodo che si ricordi, considerando anche i dati che arrivano da alcune zone d’Italia (a meno che 8 studenti su 10 impossibilitati a seguire lezioni online sia un numero di cui non tener conto).

E sì, parlo apertamente di “distaccamento” perché perdere quasi sette mesi di lezioni consecutive per uno studente magari già non troppo motivato e profittevole rischia di essere penalizzante sul lungo periodo in maniera decisiva. Se non è dispersione, poco ci manca.

S’è privilegiata l’economia, si dirà: ma non si tiene conto che gli studenti di oggi saranno i cittadini di domani.
I professionisti di domani. Le risorse di domani su cui si poggeranno anche le stesse attività economiche che oggi si sta provando a salvare.

I primi segnali dell’incapacità di lavorare sulla motivazione dei giovani è palese nel tessuto sociale di oggi: cominciano a mancare profili indispensabili come medici e ingegneri, mentre le materie STEM vengono spesso ignorate nelle preferenze degli studenti che concludono il proprio ciclo alle superiori (ho recentemente partecipato a un dibattito sul come raccontare queste discipline, e ho scoperto che sono tantissime le iniziative per spiegarle).

Non è che la punta dell’iceberg.

Il fatto che la stampa nazionale abbia concentrato le proprie energie sul parlare della Scuola solo nel breve periodo, non soffermandosi sull’indagare che cosa avrebbe comportato quest’assenza di piani anche sul lungo, è un segnale chiaro (non inedito). Probabilmente, non viene concepita come questione cool o ad alto tasso di notiziabilità, ma non per questo -credo- può essere sottovalutata.

Un po’ come il Climate Change, cui ormai siamo assuefatti ma dovrebbe essere la nostra principale preoccupazione.

Perché ne parlo qui? Perché è un aspetto essenziale di questa nostra società, su cui ogni giorno ragioniamo come consulenti di marketing e di comunicazione. Consumatori non preparati alla vita non significano necessariamente consumatori più disposti ad ascoltare le sirene delle aziende: saranno solo più poveri.

E questa è solo una motivazione. La Scuola, da qualsiasi parte la si guardi, è centrale per costruire una società che stia bene.

Certamente, forse la più importante è che avvia le persone alla consapevolezza del vivere civile, cosa che ormai sta tristemente passando di moda.

Basterebbe solo questo per motivarsi.

Se fosse stata una priorità, al di là dello studiare una riapertura morbida ma estesa a luglio (ma sul serio pensiamo alle vacanze, dopo le macerie di tre mesi senza lezioni?), questo periodo avrebbe potuto essere utile a programmare un futuro diverso, magari strutturato tenendo conto del buono che il lockdown ha portato (lo sdoganamento del concetto di attività a distanza) e rivedendo quei processi ormai vetusti e non profittevoli, per agire tempestivamente su lacune organizzative e di risultato troppo spesso sottovalutate.

Certo, non un processo semplice.

Ma stiamo parlando della Scuola. Il futuro passa da lì. Cosa c’è di più importante di un bel futuro?
Sicuramente, non un presente mediocre.