LA TV NELL’EPOCA DI #GAMEOFTHRONES

L'episodio "The Long Night" è l'occasione giusta per riflettere su come la televisione stia tornando in auge, nell'epoca del digitale
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Non nascondo di essere un fan accanito di Game of Thrones, nonostante abbia cominciato a guardarla un po’ dubbioso (dubbi passati alla fine della prima puntata, ovviamente).

Come tanti di voi, ho seguito con molta attenzione il terzo episodio dell’ultima (purtroppo) stagione, “The Long Night”, uno dei momenti decisivi attesi praticamente da quando Robert Baratheon è arrivato con tutta la sua corte a Grande Inverno.

Attesa non vana, visto l’evolversi della vicenda e alcuni spannung notevoli che hanno sorpreso tutti gli spettatori: ma non siamo qui a fare spoiler, non temete (a quello ci pensa il video sotto, quindi nel caso non guardatelo! 🙂 ).

Al di là delle valutazioni più strettamente narratologiche, quello che mi ha fatto molto riflettere è stato come tutto l’hype che l’episodio ha generato sia stato sviluppato dalla televisione. Proprio così: dal media televisivo.

Mi spiego meglio.

Nei giorni precedenti all’ottava stagione, in tutto il mondo si respirava un’attesa spasmodica che si è tradotta in un’audience leggendaria: i finora tre episodi di #GoT hanno letteralmente tenuto incollati milioni di spettatori in tutto il mondo alle televisioni, come spesso accade (pensiamo al SuperBowl) o è accaduto (ricordate l’ultimo episodio di #BreakingBad?).

In questo caso, però, a rendere straordinario il tutto è stato il rispetto di un concetto che nell’epoca digitale è praticamente andato perduto: quello di palinsesto.

In tutto il mondo, l’ottava stagione (come capitato per la settima) è stata distribuita esattamente nello stesso momento.

Una cosa che non è capitata, ad esempio, neanche al primo attesissimo episodio della terza trilogia di Star Wars “The Last Jedi, che ha visto alcuni Paesi (fortunatamente, non il nostro), vedere la “prima” a distanza di settimane rispetto agli USA.

In Italia, poi, c’è stato un fenomeno perlomeno curioso: nonostante la diretta sia stata messa in tempo reale con gli Stati Uniti -quindi nottetempo- la maggior parte delle persone ha atteso pazientemente l’appuntamento con la messa in onda di Sky Atlantic, nonostante la disponibilità in streaming già dal mattino.

Quasi come si volesse rispettare una ritualità, che penso coincida poco con la voglia di vedere la serie doppiata. Penso anzi che vi fosse la necessità di vivere questo momento tutti assieme. Roba più da malati di calcio che aspettano la UCL, che fan di serie TV.

Un rito collettivo che ha trovato massimo risalto nell’effetto second screen, ormai normale nelle nostre abitudini di consumo dei prodotti televisivi, e che ha saputo -credo- superare anche le possibilità date dal digitalissimo concetto di on demand. Rito che è stato rispettato anche da chi l’episodio lo avevano visto (pochi, credo), con un rispettoso silenzio anti-spoiler.

Per capire meglio la misura della cosa, diamo un numero.

È stato calcolato che con 7,8 milioni di tweet nei soli US, “The Long Night” sia stato l’evento televisivo più twittato di sempre. Se si considera che al secondo posto c’è sempre Game of Thrones con il primo episodio dell’ottava stagione, non si può proprio dire che questa serie non sia uno spartiacque!

C’è poi un secondo aspetto che ritengo interessante, e riguarda la realizzazione dell’episodio in se.

La scelta di presentare la battaglia contro il Re della Notte come “più incredibile di quella del Fosso di Helm” (quote La Stampa, ma lo hanno detto in tanti, dimenticando che quella di Minas Tirith ne Il Ritorno del Re fu decisamente più spettacolare e articolata, ma tant’è) è stata probabilmente per creare solo attesa.

Io però ci ho visto anche un implicito lancio di guanto di sfida al “grande vecchio” delle arti audiovisive, il cinema.

La TV, con Game of Thrones, ha saputo riprendere i galloni del media più spettacolare e polarizzante, nonostante per anni abbia -anche per fisiologici limiti tecnologici- raccolto solo le briciole di quanto veniva proiettato sul grande schermo.

In questo caso è stato tutto molto TV-centrico, a dispetto dei media su cui si presupponeva si sarebbe potuto vedere l’episodio: tablet, smartphone, notebook e simili.

“The Long Night” è un contenuto che per caratteristiche tecniche e di fotografia sarebbe stato apprezzato solo se visto con uno schermo ad alta definizione di buone dimensioni: una tv, insomma. Come ha detto anche Gizmondo riportato oggi da IlPost,it “se lo avete riprodotto su un computer portatile o su una tv non di prima fascia, e se lo avete visto in streaming e non direttamente su Sky, è probabile che la resa finale sia stata molto inferiore a quella pensata originariamente. Uno schermo che non è un grande schermo fatica soprattutto nelle scene notturne. I neri che avete visto probabilmente non erano molto neri, per dirne una. E in un episodio con così tanto nero, è una questione piuttosto importante.“.

Allargando il campo, possiamo quindi dire che oggi le grandi storie, quelle epiche e spettacolari, ricche di colpi di scena e spettacoli indimenticabili (e Game of Thrones lo dimostra) possono anche essere appannaggio unico del più conosciuto dei totem domestici, a costo di penalizzare gli altri device.

In sintesi, Game of Thrones, con “The Long Night”, ha dimostrato che si può costruire un incredibile meccanismo collettivo di fruizione del più magnifico dei contenuti, riportando al centro il media televisivo: uno strumento vituperato e scartato dalla fascia più giovane dei Millenials e dalla Generazione Z, che alcuni decidono di non comprare più, ma che ha ancora qualche cartuccia da sparare.

Non so se, finita la magia di Westeros e scoperto chi siederà sul Trono di Spade, torneremo a vivere emozioni di questo genere: potrebbe anche darsi, visto che la fantasia dell’uomo non ha confini e c’è sempre una buona storia da raccontare.

Ho però l’impressione che questa cara vecchina che abbiamo imparato a detestare per i suoi tratti generalisti, anche grazie alle possibilità date dal digital potrebbe stupirci ancora.

D’altronde, ogni media se ben usato può stupire. Perché non dovrebbe essere così anche per la TV?