L’UNDICESIMA RAGIONE

Non solo una recensione di un (bel) libro, ma anche una riflessione di dove ci stanno conducendo i social network.
Dieci ragioni per cancellare i tuoi account social

Mi è capitato in questi giorni di leggere un thread di discussione che mi ha fatto molto riflettere.

L’ho trovato in un gruppo abbastanza noto su Facebook dove si dibatte di social media. Partendo da una domanda di un utente, si è scatenato un dibattito cui hanno preso parte molti professionisti che stimo e che seguo da molto, che letteralmente non se le sono mandate a dire.

Minacce di querele, insulti, allusioni, tutto condito da neanche tanto velate reciproche accuse di non fare bene il proprio lavoro.

Non entro nel merito dei contenuti esposti, sia ben chiaro. Il mio non è un giudizio nel merito e sui protagonisti coinvolti.

In questo post mi voglio soffermare sulle sensazioni, sulle meccaniche, su ciò che il thread mi ha lasciato e su ciò che ci ho letto a livello comportamentale.

Parto da alcune conversazioni avute in privato con altri amici, che vedendo la piega del discorso mi hanno descritto la medesima sensazione che ho percepito io nella lettura dei vari botta/risposta: tristezza. Solo tanta tristezza, per una discussione che oltre che lasciare dietro di sé tanto rancore non ha messo in luce le qualità che tutti gli interlocutori, indiscutibilmente, possiedono.

Non che la cosa sia nuova.

Da sempre nel mondo del lavoro capita di trovarsi a lavorare con persone che non ci danno ciò che ci aspettiamo. A volte quel qualcuno sei tu. Per esempio una volta una persona con cui collaborai mi disse: “Meglio così, sennò Torino è piccola…“, quasi fosse una minaccia il fatto che potessimo lavorare ancora assieme: sono sicuro che non a tutti piaccia lavorare con me, anzi.  Probabilmente dovrei chiedere scusa a molti miei ex colleghi per certi miei atteggiamenti assunti o certe scelte che ho compiuto, e ringraziarne altri per ciò che ho avuto*.

Questo perché le relazioni umane sono così, e il lavoro rientra nella categoria. Ci sono alti e bassi, a volte ci si prende a volte ci si lascia, ma non serve a niente innalzare il livello della tensione (e se serve metterci di mezzo gli avvocati, lasciamo che le cose si risolvano nelle aule giudiziarie…). Non è produttivo, oltre che salutare.

A volte sei tu a non andare bene, magari per limiti indiscutibili. A volte è a te che non va bene un collega, un fornitore, un superiore o un comportamento. Non è una cosa anomala. D’altronde non c’è nulla che possa piacere a tutti, figuriamoci qualcuno e soprattutto non nel mondo del lavoro, dove tutti agiamo allo scopo di generare valore con una ricetta che è diversa per ognuno.

Se ci sono dei reati, c’è un sistema preposto a far valere i nostri diritti (anche se si spera di non arrivarci mai).

Ma allora, se tutto ciò fa parte della vita, cosa ha scatenato il flame in quel thread?

Ho provato a rispondermi mettendo in risalto un particolare: quel botta/risposta, quella voglia di far uscire fuori il rancore, si è auto-generata grazie allo spazio in cui il confronto è scoppiato. Un po’ come succedeva nei forum online a cavallo dei primi anni del nuovo millennio.

Dai forum ai social network, le ragioni sono le medesime

Concedetemi un piccolo ricordo in proposito.

Una delle prime occupazioni che ho svolto in ambito digital fu moderare forum.

Era il 2005.

Ricordo perfettamente le decine di commenti lasciati sempre dagli stessi soggetti, che per giorni interi continuavano a rimbalzarsi insulti, frecciatine, accuse, senza che ci fosse mai fine. A volte, mentre leggevo tutta quella sfilza di parole lasciate sul web, ridevo e mi chiedevo chi fossero i pazzi dal perdere tanto tempo così a parlarsi addosso.

Poi però capitò anche a me. Mi lasciai prendere da un topic (non ricordo neanche l’argomento), e volli intervenire direttamente. Lo so: non si fa, ero il moderatore. Ero giovane, perdonatemi.

Feci un account fake ed entrai nella conversazione.

Ricordo perfettamente che, dopo essermi messo a litigare con un tizio particolarmente provocatore, finii a scrivergli in un impeto di rabbia “Se hai il coraggio, vieni a dirmelo in faccia che ti sistemo.“.

Espressione ovviamente cancellata nel giro di 30′, appena mi resi conto che quello che era uscito non era un commento, ma una minaccia. Mi era uscita perché sapevo che c’era qualcuno che mi guardava, mi leggeva. Inconsapevolmente, ho pensato più all’effetto che avrebbe avuto sugli altri quella frase, che non a ciò che effettivamente stavo dicendo.

Ecco: mi è tornato in mente quel giorno, mentre leggevo gli scambi di persone che, alternandosi alle mai abbastanza GIF con i pop-corn (ma a che serve, poi? Non sono manco più originali), a colpi di allusioni continuavano a mettere in discussione l’altro e la sua professionalità.

Mi è sembrato che il continuare a rimarcare la divergenza di opinione che ha portato alla rottura fosse un’ovvia metafora di quel giorno in cui mi lasciai prendere la mano in una discussione che non avrebbe condotto a nulla. Non avrei arricchito nessuno con quelle parole. Non avrei fatto altro che buttare via energie nervose e tempo prezioso.

Credo che tutto questo mare di energia mal indirizzata sia esattamente la fotografia di cosa siano diventati i social network, Facebook in testa. Un immenso sfogatoio in cui riversare quintali di bile autoprodotta dal fatto che sai che se alzerai l’asticella dello scontro ci sarà qualcuno a metterti GIF animate con tizi che mangiano i pop-corn. Dove anche una situazione delicata come una divergenza professionale, immagino molto dura, difficile e magari dolorosa, diventa occasione per spettacolarizzare uno scontro.

Spettacolo poi fine a se stesso, perché no, non ha portato niente quella discussione, se non a un fenomeno un po’ strano.

Tutti coloro i quali si sono in qualche modo legati a uno o all’altro contendente, hanno sentito il preciso desiderio e dovere di intervenire per prendere posizione. Anche persone che magari da anni non avevano niente a che fare con nessuno dei due protagonisti della discussione hanno preso parola, riaprendo il calderone della propria esperienza negativa e innalzando ulteriormente la tensione. Cosa li ha attirati lì?

La speranza di informare? La voglia di essere utili? L’interesse a restituire un’esperienza allo scopo di fare del bene? O forse a scaricare un po’ di tensione accumulata verso uno dei due interlocutori?

Sono scene che quotidianamente si replicano sui social. Comportamenti cui ormai siamo assuefatti, e che non portano a niente di positivo, se non un continuo stato di ansia e tensione che si scarica quasi sempre con la figura che presenta una divergenza anche minima.

Entriamo a contatto con contenuti che ci obbligano a dire la nostra, il più delle volte prevaricando l’altro perché c’è sempre qualcuno con cui avercela. Perché se sei aggressivo, se sei pungente, se hai un aneddoto in grado di mettere in cattiva luce un episodio o una persona, allora sei primo al traguardo (fino al prossimo insulto).

Una lettura raccomandata

Mi sono reso conto di aver cominciato a considerare queste meccaniche con occhi nuovi da quando ho letto il libro Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social di Jaron Lanier, edito da Il Saggiatore, che ho comprato qualche settimana fa, un po’ per scherzo e un po’ perché incuriosito.

Un libro che prova ad analizzare come i social network hanno cambiato il nostro modo di concepire noi stessi e gli altri, e che in dieci ragioni illustra in maniera molto efficace cosa siamo diventati e perché dovremmo uscirne.

L’ho letto tutto d’un fiato, vi dirò, e per chi come me lavora nel digital fa strano pensare che sia necessario fare un passo indietro sulla propria presenza social, anche se so perfettamente che per le ragione sopra esposte starei meglio.

Da cosa lo so, che ha ragione?

Da un pensiero che mi è venuto, proprio in relazione a quel thread di cui sopra. Ad un certo punto, avrei voluto entrare anche io nella discussione che ho descritto sopra, lasciando un commento. Sarebbe stato la foto di copertina di questo libro, con una frase: “L’undicesima ragione è questo thread”.

Poi ho pensato che sarebbe stata solo un’altra occasione per attirare altri hater, creare misunderstanding, magari farmi insultare e sentirmi dire di non esser un buon professionista, offendere magari amici e professionisti che stimo che in quel thread erano coinvolti e scatenare nuovamente una discussione che dopo “appena” due giorni si era riuscita ad assopire da sola.

Avrei fatto ciò che il social network si aspettava da me? Forse sì. Avrei fatto il mio bene e quello delle persone coinvolte? No.

Ecco allora l’undicesima ragione per provare a uscire da quel mondo, o per lo meno a portare in quel mondo abitudini “analogiche”: il tornare a saper dire “no”.

Perché essere umani, rimanere focalizzati sul nostro essere in un sistema sociale e non in un branco, ci rende liberi di dire no ai nostri istinti. Ciò che i social network non ci stanno aiutando a fare, e che purtroppo ci stanno abituando ad accettare e a fare nostro anche fuori dai confini delle piattaforme digital.

 

* A scanso di equivoci, sia le scuse per le mie mancanze che i ringraziamenti per ciò che ho ricevuto vanno a tutti i colleghi con cui ho avuto modo di lavorare. Tutti, nessuno escluso.